L’odierna città di Tarquinia prende il nome da quella etrusca, in origine situata su un colle a levante dell'attuale. Nel Medioevo il suo nome era quello di Corneto; infatti, mentre dai sinodi romani del 465, 487, 499, si rilevano firme dei vescovi di Tarquinia e dal 504 quel- le dei vescovi di Corneto e Gravisca, dal 649 sono presenti solo quelle dei vescovi di Corneto. Molte le ipotesi sull'origine del nome Corneto, la più attendibile lo fa derivare dal- l'albero di corniolo (corpus arbor), pianta dal- le piccole foglie verdi e frutti rossi, di cui c'era grande quantità dove è sorto l’attuale abitato ed è rappresentata sullo stemma della città al centro di una croce bianca in campo rosso.
L’agglomerato urbano di Corneto si forma come conseguenza dello spopolamento della città di Tarquinia etrusca e del porto di Gravisca. Ciò è causato, come in tutta Italia, dalle numerose invasioni barbariche che si hanno con la caduta dell'impero romano. Intorno al- l’anno mille, Corneto era una città marinara, prospera e aperta a tutte le esperienze culturali che le giungevano da terra e da mare. La comunità sperimentò soluzioni architettoniche sempre più audaci nelle pregevoli chiese romaniche che costruì per fede e per orgoglio: San Martino, San Salvatore, San Giacomo, l’Annunziata, affacciate su dirupi di sasso vivo verso la valle del fiume Marta e le colline dell’entroterra. Tra tutte si distingue Santa Maria in Castello, la chiesa romanica più grande della città, con l’abside rivolta verso il mare. Nel periodo comunale, Corneto si dotò del Palazzo civico e sperimentò precocemente alcuni elementi fondamentali del gotico, inserendoli negli impianti romanici delle chiese che stavano sorgendo nel cuore della città: San Pancrazio, San Giovanni Gerosolimitano e San Francesco, il suo tempio più grande, i cui archi acuti del transetto si ergono ad altezze quasi vertiginose. Intorno a queste chiese si aggrega ancora un intrigo di stradine che recano intatto il loro tessuto medievale, un vero e suggestivo percorso nel passato, tra archetti, case, profferli, palazzetti, monasteri e torri. Molte so- no le torri che costituiscono la caratteristica più spettacolare del panorama tarquiniese. Alcune sono mozze, altre intatte; alcune si ergono isolate nelle piazze o nei prati, altre sono inglobate nelle dimore di antiche e potenti famiglie. Il solo Palazzo dei Priori, massiccia fortificazione urbana, ne ostenta almeno sei. Intorno alla pri- ma metà del 1400 Giovanni Vitelleschi, cardinale e condottiero, potentissimo plenipotenziario e massimo stratega della curia romana, eresse due opere che connotano fortemente l’aspetto urbanistico della città: una sofisticata fortificazione nella cinta muraria e soprattutto il suo palazzo gotico-rinascimentale. Nel Rinascimento, il Palazzo Vitelleschi visse l’opulenta atmosfera della corte romana, perché ospitò spesso i papi del tempo che riempivano la città col loro largo seguito di alti prelati, dame, principi, paggi e falconieri per dedicarsi alla caccia e alle lunghe galoppate fino al mare. Cammina- re oggi per Tarquinia, percorrere cioè le strade della vecchia Corneto, di volta in volta città marinara, libero comune, protosignoria vitelleschiana, residenza papale significa rivivere la sua storia.
DA VISITARE
CHIESA DI SANTA MARIA IN CASTELLO
Prima di giungere alla Chiesa di Santa Maria in Castello si entra in una doppia porta del sec. XV, notevole esempio di fortificazione medioevale. In alto, sopra la prima porta, è visibile un avancorpo, da dove venivano gettate pietre e acqua bollente sui nemici intrappolati dalla chiusura delle due porte. La torre circolare che fa parte di questo complesso è conosciuta come il Torrione della Contessa Matilde di Canossa. All'uscita della seconda porta, in fondo alla via, si staglia verso il cielo una torre quadrata della notevole altezza di 43 metri, che domina la piazza antistante alla Chiesa di S. Maria in Castello. Questa chiesa di stile romanico, la più rappresentativa di Tarquinia, sorge sulla rupe a strapiombo che domina la valle del fiume Marta. La costruzione fu iniziata il 25 dicembre 1121, come testimonia una lapide al suo inter- no, finita e consacrata nel 1207. Il lungo tempo impiegato per l'edificazione la fa apparire con un certo disordine decorativo e planimetri- co. Nel corso della sua storia la chiesa ha subì- to deturpazioni architettoniche da parte degli ordini religiosi ai quali fu affidata e gravi profanazioni. In ultimo, nel 1800, le truppe francesi la utilizzarono come caserma e stalla, privandola di preziosi marmi, mosaici e decorazioni auree. Nonostante tutto, la chiesa esprime ancora la sua originaria grandiosità e bellezza. La facciata presenta tre portali con archi a tutto sesto; quello centrale conserva resti di decorazioni a mosaico, meglio visibili nella bifora sopra- stante. Sui fianchi della chiesa si notano monofore e lesene, oltre ad archetti pensili su mensolette che rivelano influenze lombarde. Il rosone è situato sul lato sinistro, il campanile a vela venne aggiunto in epoca successiva. Sul retro si hanno le tre absidi, quelle minori a pianta semicircolare, la maggiore a pianta poligonale con pseudocolonne. La pianta è a tre navate, scandite da colon- ne aggregate e sormontate da capitelli che richiamano quelli del Duomo di Pisa. L'altare maggiore, rialzato su quattro gradini, presenta un ci- borio composto da quattro colonne (che sostituiscono quelle originali di più alto pregio prelevate dal cardinale Altieri nel 1672), che sorreggono l'architrave. Alla sinistra dell'altare si trova un bel pulpito marmore, una volta riccamente decorato da mosaici policromi. Il fonte battesimale, probabilmente più antico rispetto alla chiesa, è di forma ottagonale e decorato da rari marmi policromi con una croce greca su ogni lato. Al centro della campata centrale si apre la cupola, di foggia totalmente diversa dall'originaria innalzata nel 1207. Tale cupola era di notevole interesse architettonico, di forma emisferica, sostenuta da un doppio ordine di colonne e con una lanterna coperta da un cupolino di derivazione arabo-sicula. Nel 1819, a causa di un terremoto, si ebbe il crollo della suddetta cupo- la, che danneggiò il pavimento a mosaico policromo cosmatesco.
PALAZZO VITELLESCHI
Autentico capolavoro architettonico del Rinascimento con elementi in stile gotico e catalano, venne realizzato per volontà dei Cardinale Giovanni Vitelleschi tra il 1436 ed il 1439 su progetto di Giovanni Dalmata. II palazzo appartenne alla nobile famiglia, senz'altro la più insigne tra quelle che, tra alterne vicende, dominarono la vita politica, economica, sociale e religiosa di Cometo, sino al XVII secolo, allorché, ritiratisi definitivamente a Roma, gli ultimi eredi posero in vendita tutti i loro beni. Il palazzo venne posto all'asta nel 1892, a seguito del fallimento dell'ultimo proprietario, il Conte Soderini, e comprato dal Comune che in seguito lo cedette allo Stato. Il portone principale sulla piazza Cavour immette in un arioso cortile a pianta trapezoidale, il cui lato di fondo e quello di destra sono caratterizzati da un porticato a duplice ordine ad arco acuto con decorazioni bicrome in macco e nenfro. Nel mezzo del cortile si trova un pozzo ottagonale, sul cui lato po- sto verso l'ingresso è scolpito in bassorilievo lo stemma dei Vitelleschi. Al secondo piano sono collocate la cappella e l'anticappella, con interessanti affreschi del ciclo delle Storie di Lucrezia, databili al XV secolo. Attualmente il palazzo ospita il Museo Nazionale Etrusco, considerato tra i più importanti d'Italia: nelle sale al pianoterreno è esposta un’imponente collezione di sarcofagi in pietra e una sala dove si può ammirare la ricostruzione, in dimensioni reali, di una tomba con le sue suppellettili, databile ad VII secolo a.C. Al primo piano è esposta una ricca collezione di reperti, ordinati cronologicamente in sale, che iniziano con la collezione dei reperti del periodo villanoviano, orientalizzante, arcaico, classico, ellenistico-romano, e documentano l'evoluzione della pittura vascolare greca ed etrusca. Tutti i reperti raccolti nel museo provengono da scavi effettuati nelle necropoli del territorio tarquiniese. Al secondo piano si trovano gli affreschi distaccati negli anni sessanta dello scorso secolo per motivi di conservazione da quattro tombe (delle Bighe, del Triclinio, delle Olimpiadi, della Nave), provenienti dalla Necropoli di Montarozzi. Adiacente all'anticappella si trova la magnifica Sala delle Armi, dove si può ammirare la scultura fittile dei cavalli alati, famosa in tutto il mondo, rinvenuta nel 1936 nella località denominata Ara della Regina, e facente parte della decorazione del frontone del tempio databile alla fine del IV secolo a.C. e situato sull'Acropoli etrusca. In questa grande sala, con una moderna esposizione, sono raccolti anche reperti provenienti da scavi recenti in necropoli villanoviane, orientalizzanti ed ellenistiche e i reperti provenienti dagli scavi della città etrusca curati dall’Università degli Studi di Milano. Sotto al loggiato è collocato lo splendido monumento fune- bre del 1500, appartenente ad Aurelio Mezzopane, traslato in questa sede dopo la sconsacrazione della vicina Chiesa di san Marco.
PALAZZO COMUNALE
Il palazzo si trova nella parte alta della città. Venne edificato nel secolo XIII, sopra il tracciato della vecchia cinta muraria, in stile romanico, con elementi che preludono al gotico. Si sviluppa orizzontalmente presentando sul retro, nella via di San Pancrazio, un corpo massiccio a tre piani mosso da una serie di arcate a tutto sesto, cieche, poggianti su pilastri. Le finestre del secondo piano furono realizzate, a seguito della radicale ristrutturazione dell'edificio nel secolo XVI, chiudendo le preesistenti bifore con ar- co a tutto sesto, delle quali rimangono trac- ce nella muratura. Un grande arco ogivale che passa sotto l'intero edificio congiunge via San Pancrazio alla piazza del Comune, sulla quale si affaccia il fronte principale che, seppur strutturalmente omogeneo, è in realtà composto da due corpi di fabbrica contigui che, fin dal secolo XIV, vengono in- dicati come Palazzo del Podestà, dove risiedeva appunto il Podestà con poteri giurisdizionali e militari e Palazzo dei Priori, dove risiedevano il Gonfaloniere, il Capitano dei Cinquecento ed i Consoli, ai quali spettava il potere amministrativo. Come quello posteriore, il fronte principale presenta una serie di arcate a tutto sesto che un tempo incorniciavano bifore, chiuse nel XVI secolo, sostituite da finestre. La loggia, della quale si ha notizia sin dall'anno 1366, era originariamente priva della scala di accesso esterna e della copertura: la scalinata, impostata su due grandi archi rampanti, in origine a sesto rialzato, venne realizzata nel XIV secolo, mentre la copertura è documentata a partire dalla metà del XVI secolo. La torre civica ed il corpo di fabbrica ad esso contiguo, verso nord, costituiscono la fase saliente degli interventi effettuati nel XVI secolo. II portone principale dell'edificio è posto all'estremità destra di questo. A meta della prima rampa di scale si apre un piccolo chiostro, dove un tempo era situata la cisterna dell'acqua ad uso del palazzo. Le pareti della sala che si apre al termine della scalinata, un tempo adibita ad aula consiliare, sono coperte di affreschi, databili intorno ai secoli XVI e XVII, con scene e personaggi che si riferiscono ad episodi salienti della storia Cornetana. Nell'attuale sala consiliare, che venne utilizzata dal XVII secolo sino ai primi anni del '900 come teatro comunale, si notano, in al- to sulla parete di ingresso, tracce di un affresco rappresentante la crocifissione, databile al secolo XIV. Sulla parete di fondo sono po- ste tre tele dipinte dal celebre Maestro cileno Sebastian Matta e un affresco del XV secolo, proveniente dal Convento Agostiniano di San Marco.
CHIESA DI SAN PANCRAZIO
La chiesa, in stile gotico-romanico, presenta una facciata a capanna semplice; sul lato sinistro, addossato, sporge il campanile; nei suoi due ultimi piani si aprono bifore a tutto sesto. Ne slanciano la forma le cornici di pe- perino grigio e la sommità conica rostrata. Gli archi ogivali, posti sull'architrave marmo- reo, formano il portale, con stipiti decorati da resti di mosaico rosso, nero e dorato. Il roso- ne è a doppio ordine di foglie grasse. Sui fianchi si aprono strette monofore e sul lato sinistro vi è un'edicola gotico-normanna con fa- scia a cordone spezzato; sul retro le tre absidi. L'interno, in origine ad un'unica navata, oggi ci appare diviso in tre zone longitudinali e in due parti trasversali. Notevole differenza di quota esiste tra il pavimento della prima parte, riservato ai fedeli, e il pavimento del coro. Alcune cronache riportano che, in questa chiesa, il 21 novembre 1204, Pietro re d'Aragona fu unto dal vescovo Portuense e quindi incoronato re da papa Innocenzo III.
CHIESA DI SAN FRANCESCO
La leggenda dice che San Francesco, di passaggio a Corneto, compì un miracolo e sullo stesso luogo fu eretta una chiesa a lui dedicata. Di stile romanico con influenze gotiche, la chiesa venne costruita verso la seconda metà del 1200 e subì varie trasformazioni nei se- coli successivi. Sulla facciata sono visibili il portale principale, a rientranza, che si pre- senta con pilastri ornati da capitelli sormontati da archi a sesto acuto e il bel rosone, ad occhio centrale, dal quale partono dodici colonnine tortili. La struttura centrale è fiancheggiata da due ali più piccole, anch'esse rettangolari, di severa arte romanica, con portali ad arco a tutto sesto. La pianta è a tre navate, una centrale e due laterali più strette, tutte a cinque campate. Sul lato destro si ha una sequenza di cappelle del XVI secolo. Il campani- le è successivo alla chiesa e venne innalzato nel 1612 ad opera dei Frati Minori, che risiedono nel convento adiacente, dove alloggiò papa Urbano V nel 1367, di ritorno da Avignone, e dove si può ammirare un suggestivo chiostro.
IL DUOMO
Conosciuta in passato come Chiesa di S. Maria e S. Margherita, l'antica cattedrale, distrutta da un incendio nel 1643, è stata ricostruita nel 1759, restaurata e ampliata nel 1875. Della struttura precedente rimane, all'interno, la cappella maggiore del XV sec. con una serie di affreschi opera di Antonio da Viterbo detto il Pastura. Si è salvata dall'incendio la lastra marmorea con la figura di Bartolomeo Vitelleschi, del quale copriva il sepolcro. Il campanile, appartenente all'originaria cattedrale, separato dalla chiesa, è alto 35 metri ed è ornato da cornici in nenfro.
CHIESA DELLA MADONNA DI VALVERDE
La Chiesa della Madonna di Valverde (patrona di Tarquinia) è situata al di fuori delle mura cittadine. Non si conosce l'epoca esatta della sua fondazione, ma si pensa possa risalire al 1211, data incisa sulle sue campane. Ormai è scomparsa la sua struttura originaria a causa dei continui rifacimenti: restaurata nel 1506 da papa Giulio II, venne ricostruita quasi interamente nel 1846. All'interno, oggi mancanti, erano custoditi un interessante monumento in marmo scolpito del 1450 circa, dove erano raffigurati i quattro santi protettori della città, e un'immagine bizantina della Ma- donna di Valverde dipinta su legno. Il 20 maggio 1403, per ordine del cardinale Vitelleschi, veniva istituita la "Fiera di Valverde", durante la quale venivano esposte le merci lungo la via antistante il Palazzo Comunale e il bestiame nei pressi della chiesa. La Fiera si svolge ancor oggi i primi giorni del mese di maggio, con risonanza nazionale.
CHIESE DI S. GIACOMO
E DEL SALVATORE
Prima di arrivare a S. Giacomo, sulla destra, si nota la piccola Chiesa del Salvatore, che presenta delle decorazioni sull'abside e un piccolo campanile a vela. La Chiesa di San Giacomo sorge sullo strapiombo a nord del- la città; notevole il panorama visibile da questo punto. All'interno è composta da un'unica navata, con in fondo un'abside e due transetti, che conservano parte degli affreschi originari. La copertura del corpo centrale è risolta da una cupola a profilo islamico di derivazione arabo-sicula. Il pavimento interno, in origine, era di circa cm 70 più basso dell'attuale. La facciata originale è del tutto scomparsa ed incorporata ad un ninfeo del XVII sec. utilizzato come cimitero.
NECROPOLI ETRUSCA
Le tombe dipinte rappresentano un aspetto peculiare della cultura artistica etrusca, unico esempio della pittura parietale antica, conosciuta attraverso la testimonianza delle fonti; infatti gli affreschi presenti all’interno delle tombe dipinte di Tarquinia sono l’unico esempio coevo, contemporaneo alla grande pittura greca pervenuto fino a noi. Attualmente si è a conoscenza di 180 tombe etrusche con pitture parietali e 140 si trovano a Tarquinia. Soltanto Tarquinia ci offre dunque una cospicua serie di monumenti che dall’età arcaica (VI secolo a.C.) scendono sino alla fine del- l’età repubblicana romana (metà I secolo a.C.), rivelando in questa città l’esistenza di una fiorente ed ininterrotta tradizione pittorica. Questo enorme patrimonio, non solo artistico, ma anche storico, rappresenta uno spaccato sulla vita di 3.000 anni fa ed è stato inserito dal 2004 dall’Unesco nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Attualmente acropoli in località Calvario. Nei mesi da marzo ad ottobre sono aperte straordinaria- mente, con la collaborazione del Comune, quattro tra gli ipogei più conosciuti: tomba dei Tori, degli Auguri, del Barone e il fondo Scataglini, accessibili con visite guidate.
Fonte Guida APT Viterbo
