Il borgo di S. Martino, situato sui Monti Cimini, dista circa 7 km da Viterbo. La storia del paese è legata all’abbazia, attorno alla quale nacque l’antico centro medievale modificato nel corso del XVII secolo.


Il cenobio benedettino di S. Martino, per volere di Innocenzo III nel 1206, passò alla comunità cistercense di Pontigny. Nel corso del XIII secolo vennero eseguiti i lavori di costruzione non solo dell’abbazia ma anche del complesso monastico ad essa adiacente. Tra Trecento e Quattrocento il monastero subì un progressivo degrado, tanto da rimanere quasi del tutto abbandonato. Le sorti del borgo mutarono con Innocenzo X, il quale nel 1645 donò le terre di S. Martino alla cognata Olimpia Maidalchini Pamphilij. Iniziava così la completa ristrutturazione dell’abitato: si eseguirono interventi sulla chiesa e sul palatium Parvum dell’abbazia, inoltre si progettò un nuovo piano regolatore del paese. Al Borromini fu affidato l’incarico di realizzare Porta Viterbo, la porta di accesso al paese venendo proprio da Viterbo, su cui si trovano lo stemma di Innocenzo X ed una lapide che ricorda la ricostruzione del borgo su iniziativa dei Pamphilij. Dalla parte opposta del centro abitato, dietro l’abbazia, si apre Porta Montana, sormontata anch’essa dallo stemma della famiglia che promosse la ricostruzione del piccolo centro.
L'Abbazia è un esempio di gotico cistercense, venne costruita nel XIII secolo dai monaci di Pontigny. La facciata, circondata da due torri campanarie seicentesche sormontate da cuspidi piramidali, presenta una polifera gotica ed è dominata dallo stemma di Innocenzo X. Sul lato dell’edificio si notano alcune colonne, unici resti dell’antica struttura che componeva il chiostro. La pianta della chiesa è a tre navate, divise da pilastri a croce. La navata centrale è caratterizzata da quattro campate, alle quali corrispondono otto campate delle navate laterali; in alto un soffitto a crociera. Ai lati dell’abside si aprono due cappelle. La chiesa termina con un coro poligonale, tipologia assai rara per l’architettura cistercense. Nel transetto di sinistra è collocato un organo dei primi anni del Novecento. Nella navata destra un fonte battesimale è custodito all’interno di una cancellata barocca. Il presbiterio conserva la tomba di Donna Olimpia Maidalchini, morta di peste nel 1657. L’abbazia è collegata al palazzo Pamphilij tramite un corridoio esterno.

Nei pressi del castello sorge la chiesa dedicata a S. Rocco, protettore dei malati di peste. Viterbo durante il Medioevo fu infatti ripetutamente colpita da epidemie pestilenziali. L’edificio è formato da due parti: una quattrocentesca, l’altra seicentesca. L’interno possiede interessanti affreschi con immagini di santi, tra cui: Santa Rosa, S. Vincenzo e Santa Caterina d’Alessandria.

Al piano terra le colonne del Cantinone dell’antico fabbricato vennero rafforzate creando dei veri e propri pilastri e il palazzo fu rialzato di un piano. L’edificio ha forma trapezoidale e l’accesso principale si trova al centro della facciata.
Dell’originale “scala a lumaca”, che conduceva al piano nobile, realizzata dal Borromini, rimangono soltanto delle nicchie in stucco; nel Settecento venne costruita la “scala romana”. Il salone principale conserva affreschi e stucchi a soggetto mitologico.


All’interno dell’antico scriptorium, accanto all’abbazia è ubicato il Museo dell'Abate. Custodisce paramenti sacri, reliquiari, calici, crocifissi e dipinti. Tra le opere principali si segnala lo stendardo con il Salvator Mundi di Mattia Preti (XVII sec.).

 

{gallery}sanmartino{/gallery}